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ENGLAND’S BURNING! di Rafael
Ben trovati dopo le vacanze estive, per parlare di una formazione che ha segnato la new wave degli anni ’80: THE SMITHS. Formazione di Manchester come i Joy Division, composta dal leader Morrissey (voce), Marr (chitarra), Rourke (basso) e Joyce (batteria), che ebbero il merito di manifestare attraverso le loro canzoni, il disagio esistenziale ed umano di una generazione, le incertezze e le paure insite nel comune sentire di un Inghilterra vittima dell’impietoso rigore Thatcheriano. La figura dandystica e poetica di Morrissey, (all’anagrafe Steven Patrick Morrissey, nato il 22 maggio del 1959) fu un incrocio scanzonato tra un Oscar Wilde dei poveri e un James Dean incerto sul proprio destino. Visse fino ai diciassette anni quasi da recluso in casa, a scrivere migliaia di liriche, ad ascoltare tonnellate di dischi e vedere svariati film, fino a crearsi una solida cultura nell’ambito musicale. Un’adolescenza fuori dall’ordinario, fino a quando riuscì a unirsi con il resto del gruppo, era il Maggio dell’83 e la stella degli SMITHS esplose con un convincente album omonimo. Si segnalano perle come “Hand in glove”, “This charning man” e “What difference does it make?”.
Album fatto di melodie al contempo inafferrabili, sognanti e drammatiche della chitarra Floydiana di Marr. Testi che parlavano di delusioni d’amore, desiderio sessuale non corrisposto, incapacità di farsi accettare. Alla fine dell’84 pubblicarono “Hatful of Hollow” che oltre a raccogliere singoli e b-sides del periodo, presenta le versioni originarie delle canzoni esposte nel primo lavoro; da segnalare “Heaven know I’m miserable now”, “Shakespeare’s sister”, “William, it was really nothing”, “How soon is now”, l’apice nevralgico e romantico della discografia smithsiana. Nel ’85 pubblicarono “Meat is murder”, rappresenterà la stessa strada intrapresa dal precedente album, con i singoli “The headmaster ritual” e “Barbarism begin at home”. E’ un lavoro che decreta la maturazione definitiva del gruppo, poiché getta le basi per il capolavoro assoluto pubblicato nel ’86: “The Queen is dead”. Di questo lavoro si segnalano “The boy with the thorn in his side” e “Bigmouth strikes again”, la stupenda “ There is a light that never goes out”, “Panic” e “Ask”. Lavoro che parla espressamente del disprezzo verso la casa reale e il regime della Thatcher, che denuncia vita sociale priva di valori, in cui gli ipotetici punti di riferimento sono corrotti: chiesa, famiglia, scuola, movimenti politici e le istituzioni in generale. Dopo questo lavoro, che ebbe un grande successo anche in America, tra Morrissey e Marr iniziarono le prime avvisaglie di crisi, il leader mal sopportava le troppe collaborazioni di Marr (B.Ferry, Keith Richard, Talking Heads, tra i più quotati) che a sua volta non digeriva il successo mediatico di Morrissey. A porre rimedio ci pensarono le antologie: “The world won’t listen” e “Louder than bombs” (1987) opere consuntive degli anni 85/86 sulla falsariga di “Hatful of Hollow”.
A meritare considerazione è soprattutto la seconda, progettata per il mercato americano ed ospitante una chicca estetica quale “Sweat and tender hooligan”. Nel ’87 pubblicarono “Strangeways, here we come” ispirato ad una delle più antiche prigioni vittoriane di Londra ( Su tutte “Death of a disco dancer”, “Last night I dream” e “Girlfriend in a coma”). Avrà così fine una delle esperienze musicali più significative dell’era, senza clamori, senza battibecchi. Johnny Marr, a seguito della pubblicazione live di “Rank” (1988), abbandonerà il progetto. Morrissey da parte sua, intraprese la carriera da solista, alternando vette (“Your Arsenal”, “Vauxhall and I” ) ad evidenti cadute di tono (il non sempre a fuoco “Viva Hate” e “Southpaw gramer”).
Ascoltateli!
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There is a light that never goes out
The Smiths – Panic
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